Alec Itrifia: Artificene

La mostra di un finto collettivo artistico (Alec Itrifia è l’anagramma di artificiale) è lo spunto per affacciarsi al mondo, alle potenzialità e ai rischi dell’intelligenza artificiale.

Alec Itrifia: Artificene

L’intelligenza artificiale è già qui, ci pervade onnipotente e silenziosa. Questo si prefigurava già da tempo e l’arte non sfugge al suo destino.

Già nel 1984 William Gibson nel romanzo Neuromante tracciava una nuova figura sociale, ripresa poi dal film Total Recall del 1990 e quindi da Matrix (1999): il cyberpunk che opera nel cyberspazio, ovvero l’insieme delle risorse informatiche e dei siti web che possono essere visitati simultaneamente da milioni di persone tramite reti di computer e potenzialmente tutti creatori di immagini, di storie, di filmati, di cronache e di avvenimenti, sfuggendo a ogni definizione e a ogni parametro della nostra realtà. Che, a questo punto, è difficile far coincidere con la definizione di “realtà”, almeno in senso illuminista, positivista e razionale. Il risultato sono immagini – per rimanere nel campo dell’arte – che hanno delle loro relazioni logiche, stabilite da software che non sono androidi antropomorfi con un’intelligenza e una personalità propria ma modelli algoritmici basati su enormi quantità di dati creati dagli umani su cui lavorano su base statistica allo scopo di rispondere con successo alle nostre richieste.

In memoria di Franco Bellin, che propose di vendere tutto il territorio del proprio Comune per consentire la realizzazione di una centrale nucleare, di acquistare con il ricavato un atollo nel Pacifico, trasferirsi con tutti i concittadini e vivere di rendita grazie alle royalties dell’impianto.