...L'ultima alluvione si ebbe a Tezze il 4 novembre 1966. Pioveva da alcuni giorni, sulle montange nevicava. La Brenta lentamente ingrossava, ma non destava preoccupazione nei soliti curiosi che ne tenevano d'occhio la portata: altre volte si era fatta più grossa e poi, si diceva che non poteva succedere niente proprio perché sui monti nevicava, e si citava un vecchio detto secondo il quale "la Brenta no l'è Brenta, se la montagna no la ghe da 'na penta".
Si ebbe però un innalzamento della temperatura e la neve sulle montagne divenne pioggia, pioggia continua che sciolse la nevicata precedente. "Vali, valesele, boai", presero a correre, anche quelli che a memoria d'uomo non si erano mai visti percorsi dall'acqua. Uno spettacolo naturale d'incanto a vedersi, se non ci fosse stata, sotto sotto, una certa preoccupazione per quella Brenta che ora ingrossava a vista d'occhio. Alla mattina del 4 novembre faceva paura; l'acqua limacciosa trasportava di tutto: cespugli, ramaglia, alberi di alto fusto, tavole da cantiere, carriole, barchi di campagna, fieno, tavolati di ponti e passerelle... L'acqua raggiungeva ormai le arcate del ponte. "Prima cambareta, seconda cambareta, stavolta el ponte el va!" "Meio, così i ne lo fa novo e pi largo". Il ponte sotto la spinta dell'acqua vibrava, ed i pompieri tenevano d'occhio le crepe manifestatesi sul terreno, là dove era concentrato lo sforzo maggiore. I soliti volonterosi al centro del ponte con "latole" ed arpioni erano pronti a deviare tutto ciò che poteva ostacolare il libero deflusso delle acque; fra i curiosi non pochi erano coloro che pensavano alla "guà" ed alla "cunela" nascoste nell'angolo più remoto della soffitta, magari da generazioni, perché pescatori di frodo si diventa non si nasce. Nel primo pomeriggio, verso le 14.30, dalle case dei Danei, del Chin, dei Tite, all'inizio di via Laghetto si alzò un vociare concitato: "Ghe l'acqua, ghe l'acqua". Chi ascoltava dall'altro lato della ferrovia pensò che fosse straripato il Laghetto, invece era il primo rigagnolo di brentana in arrivo. Era successo che la Brenta, invece di rompere come tutti si aspettavano "Alle Porte", località nei pressi di San Rocco, dove c'era la presa d'acqua per il mulino di Giovanni Stefani, aveva rotto alla confluenza col Grigno ed oltrepassata nel suo nuovo percorso la ferrata, si presentava ora là dai Danei, dai Giacometti, dai Tite. Il rigagnolo in breve fu una fiumana, che superata la ferrovia, si propagò in tutto il paese. All'inizio non ci si voleva rendere conto di quello che stava succedendo, i più con apprensione e nello stesso tempo con quella incertezza di chi non sa che partito prendere cercavano di alzare da terra per riporre in luoghi più alti, ciò che poteva essere danneggiato dall'acqua. Poi, quando si capì che quella era una vera e propria brentana, ci fu appena il tempo di calzare gli stivali, mettere in salvo bambini, anziani, malati, animali, auto, moto, macchine agricole, prendere i valori di casa, e: "Via, via, se ciave tuto, no se pol far altro". In paese rimasero bloccati nelle loro abitazioni il signor Antonio Voltolini con la madre e la moglie, le famiglie di Fausto Voltolini, Antonio Pacher, Giuseppe Dall'Agnol, Agostino Voltolini ed altre ancora. Nella vecchia stazione ferroviaria, che in seguito fu demolita per consentire il passaggio della superstrada, rimase in balìa delle acque la famiglia al completo dell'allora capostazione Egidio Salvador. Voltolini Valerio Tite, dopo aver accompagnato in salvo madre e fratelli, era tornato nella sua abitazione per prendere il padre Angelo, paralitico e cieco, ma non gli fu più possibile fuggire: la sua casa era ormai nel mezzo del nuovo "ghebo" della Brenta e la corrente era estremamente pericolosa. Senza perdersi d'animo si preparò al peggio, e recuperato un canotto pneumatico, che teneva in soffitta, lo legò alla ringhiera del poggiolo, pronto per così dire, a salpare col genitore infermo in caso di estrema necessità. Al Borghetto la signora Voltolini Gerolima, nata Stefani, il marito emigrato in Svizzera, portati in salvo i figli presso dei parenti, la mucca allo "stalon", la ex dogana austriaca ora ufficio del geom. Silvio Stefani, ritornò alla sua abitazione per salvare anche gli ultimi inquilini: una pecora ed un agnello. Ormai però l'acqua aveva raggiunto un livello tale che la signora non potè più prendere la via del ritorno. Dalla stalla trasferì in cucina con gran fatica i due animali, che non volevano salire le scale e poi con la vicina di casa, signora Eugenia Voltolini, nata Paradisi, anch'ella incapace di allontanarsi, chiamò aiuto a grande voce. Vennero in loro soccorso i signori Decimo Gasperini, Renzo Voltolini ed alcuni pompieri, che le portarono in salvo a spalle tenendosi legati ad una fune ancorata al poggiolo della abitazione del signor Giulio D'Agnese per non farsi travolgere dalla violenza delle acque.
A qualche isolato di distanza la signora Genoveffa Pace invocava aiuto a pieni polmoni, ma per quanto si tentasse non fu possibile soccorrerla e rimase sola nella sua casa.
In paese frattanto, a sud della linea segnata dalle abitazioni di Sperandio Stefani, Elio Stefani Tonera, Giovanni Stefani Paia e dei Dorighi, padrona di tutto era la Brenta. Dai Tormeni non si vedeva che acqua, un mare di acqua limacciosa e paurosa che andava da un fianco all'altro della valle. Gli abitanti, tranne i citati e pochi altri, si erano ormai messi in salvo preso parenti ed amici dalle abitazioni in posizione più sicura. I meno arrendevoli erano i vecchi capifamiglia, che non volevano abbandonare le abitazioni. "Se ga da 'ndar la casa, meio che vae anca mi, voaltri marcè, mi me rangio lo stesso; ghi no pasà de pedo, me la caverò anca stavolta". E si vedevano i figli tirare sottobraccio i padri, che invocando o bestemmiando a seconda dell'indole, lasciavano alla furia della Brenta il frutto di una vita di lavoro. Si vide un vecchio ultrasettantenne, che era stato accompagnato in salvo dal figlio sul Tormenon, girarsi e tornare verso la Piazza 24 Maggio, incurante dell'acqua che gli arriva alla cintola... "Che de mi son paron mi e de la me roba anca!" Si dovette fare della violenza e bistrattare qualche santo per riportarlo in salvo.
L'acqua continuava a crescere, tanto che nelle abitazioni ormai raggiungeva ed oltrepassava le mensole delle finestre del pianoterra e con la portata aumentava anche la pericolosità.
Intanto calavano le ombre della sera: niente luce elettrica, niente acqua potabile, come viveri le scorte degli ospitanti. Si crearono in paese per così dire tre quartieri generali: il Tormenon, il bar di Tano all'albergo All'Aquila, il bar della Ines all'albergo Alla Stazione.
Al primo, fuoco in mezzo alla pubblica via, gli abitanti del Tormenon coi loro ospiti, bottiglioni di grappa, fiaschi di grinte, brocche di brulé, il necessario insomma per combattere pioggia, freddo e ... gli acciacchi dell'anima: spiriti per tirar su lo spirito.
Al secondo ed al terzo, grande ressa, vocìo, tanti a concepire soluzioni e rimedi, pochi con qualche idea chiara in testa e... spiriti per lo spirito. Sempre attenta e vigile la presenza delle autorità comunali, dei carabinieri, dell'ufficiale sanitario, dei vigili del fuoco.
Nelle case la cena si consumò al lume di candela accontentandosi di quello che c'era e dividendo il pane con gli ospiti; in mancanza di provviste per tutti in più famiglie, per la verità, si divisero le mose questo nostro tradizionale alimento che gli eventi facevano tornare attuale, ora che mancava l'acqua potabile ed i negozi di alimentari non erano agibili. Privi di illuminazione pubblica, di telefono e completamente isolati dal resto del mondo (il solo collegamento possibile era quello con Grigno), il sordo rumore delle acque sembrava incutere più timore e sconforto. Nei due bar ed al Tormenon arrivarono portate dai soliti ben informati, "Gazzettini onnipresenti ed onniscienti", le ultime notizie spesso contradditorie, nelle quali la cronaca era arricchita dall'inventiva e dalla fantasia del narratore, che si godeva così i suoi momenti di notorietà. Si seppe che il signor Valerio Voltolini, dopo che l'acqua gli aveva portato via la scala di legno della sua abitazione, aveva trovato una via di salvezza diversa dal canotto. Con un pezzo di rotaia, che casualmente teneva al primo piano della sua abitazione, per farsene un attrezzo per la sua attività di ramiere, cominciò a battere contro la parete maestra a sasso, che divideva la sua abitazione da quella attigua del signor Benedetto Voltolini Tite, con l'intento di trovare scampo col padre verso la via Marconi, ubicata in posizione più alta ed in salita verso il bar Stazione. Batti e ribatti sfondò la parete e con essa l'armadio che stava dall'altra parte, quindi da quel pertugio cominciò a chiamare aiuto. Gli venne in soccorso il cugino, signor Alfredo Stefani, che camminando con precauzione legato ad una fune giunse con rischio notevole fino a lui. Al momento di trasportare il padre finalmente in salvo, questi non voleva più essere mosso e si lamentava dicendo: "Aseme morir qua, che son de intrigo, son on peso par tuti." "Che tè fusi on peso sì, che tè ase morir qua no" brontolò Valerio nello sforzo di alzarlo e fattolo passare attraverso l'apertura nella parete, lo consegnò ad Alfredo che stava dall'altra parte. Scesero la scala interna, si immersero nell'acqua gelida e via verso la salvezza col loro carico che ancora continuava a protestare. Di lì a poco le case che avevano appena lasciato crollarono con un sordo boato che nell'oscurità era triste presagio di ulteriori disgrazie. A Pianello, dove il pericolo si era manifestato prima che a Tezze, erano accorsi ancora in mattinata il sindaco, signor Enzo Comunello, il segretario comunale, signor Aroldo Tomaselli, i carabinieri, i vigili del fuoco. Vista la situazione il segretario aveva chiesto telefonicamente immediati soccorsi al Genio Civile, alla Regione, alla Provincia. Al comando del brigadiere Elio Perotto, i carabinieri di Grigno, Giovanni Ronca, Roberto Longhino, Ferraro Cataldo, coadiuvati dai loro commilitoni di Borgo avevano fatto il cosiddetto "ponte aereo" onde trarre in salvo le persone assediate ed incapaci a provvedere a se stesse. Immersi nell'acqua e nella melma, legati ad una fune di ancoraggio, avevano accompagnato e portato al sicuro tutto ciò che veniva loro affidato. Ancora in serata si seppe della brutta avventura accorsa ai bambini Gino ed Arnaldo Dell'Agnolo rispettivamente di 9 e 11 anni, di Pianello. Dalla mamma erano stati affidati ai vigili del fuoco di Grigno signori Fabio Morandelli, Renato ed Antonio Deluca, Ugo ed Eugenio Minati, affinchè li portassero in salvo a Tezze. Questi, presi in consegna i due bambini, tentarono di raggiungere Martincelli, ma desistettero perché la cosa si rivelava troppo pericolosa. Optarono così di raggiungere il paese per la strada del Masaron e si incamminarono sotto la pioggia, che cadeva violenta, costeggiando il fianco destro della vallata.
Resisi conto che era impossibile forzare il passaggio anche alle Tezze, continuarono verso Masi Orné e Filippini, dove attraversato il ponte, si incamminarono in direzione della strada statale. Era ormai notte fonda ed alla debole luce del "ferale" non si accorgevano che proseguendo, erano destinati a finire nel mezzo del ramo del Brenta che aveva rotto gli argini alla confluenza col Grigno e che ora passava nelle campagne degli "Oneri". Così in effetti successe ed in breve si trovarono immersi nelle acque che crescevano rapidamente e si facevano sempre più violente. Tenendosi per mano con i bambini sottobraccio come dei fagotti, procedevano a piccoli passi tastando con precauzione il terreno perché una perdita di equilibrio sarebbe stata fatale. Infatti Ugo inciampò in un ostacolo cadde e sparì; Renato fece giusto in tempo ad afferrarsi ad una pianta ed uno dei bambini per un attimo fu sott'acqua.
Lo risollevarono subito e lì aggrappati alla pianta attesero per una ventina di minuti il ritorno di Ugo invocando aiuto ad alta voce, pur sapendo che in quel finimondo nessuno li poteva sentire. I bambini piangevano per il freddo e la paura, uno si lamentava che la corrente gli aveva risucchiato una scarpa; in quella ritornò Ugo adirato come una furia: mentre la Brenta lo portava via era riuscito ad abbracciare una acacia spinosa e poi di albero in albero, da una vite all'altra, scrutando nell'oscurità l'appiglio per il passo seguente era riuscito a risalire la corrente ed a ritornare nel gruppo. Impossibilitati a proseguire, decisero di tornare sui loro passi verso i Filippini. Tentarono inutilmente per tre volte, alla quarta con la forza della disperazione, tenendosi per mano in cerchio, la testa dei bambini fuori dall'acqua riuscirono a ripassare il ponte: era la salvezza dopo due ore di lotta. Così qualche giorno dopo Gino, il minore dei due bambini, raccontava la sua avventura al cronista de L'Adige: "Eravamo bagnati, avevamo freddo e non ce la facevamo più ad aiutare i vicini a salvare le loro cose. Il papà ci fece cambiare gli abiti e ci disse di ripararci dalla zia. La nostra casa era piena di acqua. Poi sono venuti i pompieri di Grigno ed andammo con loro. E poi al ponticello l'Ugo sparì e poi tornò fra l'acqua come un fantasma e urlava che era questione di vita o di morte e che bisognava tornare ai Filippini. Io dicevo di no. Era freddo e l'Ugo diceva che bisognava passare. Mio fratello perdette lo scarpone ed il berretto. Avevo tanta paura e tanto freddo, ma non ho mai pensato di morire. Ai Filippini ci diedero il latte bollente e ci misero a letto, i pompieri invece dormirono nel fienile." Durante la notte, la pioggia prese a farsi più sottile, cessò, riprese più volte, poi nella mattinata smise definitivamente. Il livello dell'acqua si assestò e poi lentamente cominciò a scendere. Al mattino del cinque, il paese era ancora allagato, ma uscì dal suo isolamento con le prime notizie che arrivarono dai paesi vicini, da Trento, da Bassano. Si seppe che quella che sembrava una brentana interessante la Bassa Valsugana era invece una alluvione generale dalle dimensioni regionali ed extraregionali. Chi possedeva una radiolina a transistors, ed allora erano pochi informava gli altri su quanto era accaduto a Trento ed in regione; inizialmente per mancanza di collegamenti fra la città e le valli, assai poco veniva trasmesso su quest'ultime, e quel poco era preceduto da "un sembra, un si dice": erano voci, ipotesi e niente più. Col passare delle ore i comunicati radio si fecero più frequenti fino a che si prese a non parlare d'altro che dei lutti e dei danni causati dalle acque.
"Mal comune, mezzo gaudio" dice il proverbio! Se per noi non fu certo un mezzo gaudio, ci sentimmo però per così dire in buona compagnia e rassicurati dal fatto che, se i danni causati dall'alluvione erano di così vasta portata, sarebbero intervenuti aiuti e sovvenzioni di Stato.
Durante la giornata l'acqua lasciò definitivamente il paese e... restarono i danni. Le case dei signori Benedetto e Giuseppe Voltolini erano parzialmente crollate ed in seguito si dovettero demolire; quella del signor Gioacchino Voltolini si presentava con le fondamenta dell'angolo di nord-ovest erose dalla forza delle acque e si temeva per la sua stabilità. Di fronte a questa abitazione, la via Marconi era interrotta da una buca della profondità di due metri e larga quanto la sede stradale. Vi si dovette fare una passerella provvisoria per consentire il passaggio della popolazione. I binari erano divelti in prossimità dei Tormeni e nel tratto fra il Borghetto ed il palazzo Lavarda. In paese le vie erano ricoperte da uno spesso strato melmoso ed interrotte qua e là da buche di diverse proporzioni. I cubetti di porfido del fondo stradale erano stati asportati e disseminati per le campagne; la rete elettrica e quella fognaria erano da rifare.
Gli avvolti, le cantine, le stalle e tutti i locali a pian terreno erano stati invasi da uno strato di melma di vario spessore a seconda della loro profondità e posizione. Le campagne erano uno spettacolo desolante: ovunque melma, ghiaia, grandi buche, pergolati interi divelti, alberi sradicati, recinzioni cancellate. Disseminati qua e là apparivano oggetti che il Brenta ed i suoi immissari avevano tolto ai vari paesi e che erano approdati nelle nostre campagne: erano carogne di animali, carriole, carretti, bombole, rotoli di lana della ditta Baur Foradori, elettrodomestici, copertoni, sedie, tavoli, taniche ecc.
Ci si dette subito da fare per buttare fuori dalle case la melma che le acque vi avevano depositato e nello stesso tempo per verificare i danni subiti.
Nel corso della giornata erano arrivate notizie allarmanti; si diceva che la diga della Rocca presso Arsiè minacciava di cedere per una frana che stava rovinando verso il lago e si temeva che in quella eventualità la grande massa d'acqua di quel bacino riversandosi nel Brenta, ne avrebbe impedito il deflusso: Tezze sarebbe stata oggetto di una seconda inondazione peggiore della prima. Nel pomeriggio i carabinieri passando per le vie, muniti di megafono, diedero l'ordine di evacuare il paese e di cercare scampo al Borghetto, alle Scuole Elementari, al Masetto Vecchio, ai Masi Ornè, a Belvedere. Chi pur nell'incertezza della somma di notizie ed ipotesi che si accavallavano le une sulle altre, sapeva di che cosa si trattava, se ne andò di tutta fretta, ma senza perdere il controllo di se stesso; chi invece, ignaro di tutto, apprese l'ordine di evacuazione dalla voce metallica del megafono senza conoscere quale era il pericolo che incombeva, si fece prendere dal panico. Fu un fuggi fuggi generale verso un alloggio sicuro e la voce del megafono, che allontanandosi si affievoliva sempre più, fu presto coperta da quella delle madri che chiamavano a raccolta i bambini. Non tutti risposero all'appello perché molti di loro si erano già posti in salvo da soli mentre altri, i più grandicelli, erano nelle campagne a pescare le trote rimaste prigioniere delle pozze d'acqua. Si videro allora delle vere scene di disperazione fra le madri che presero ad invocare aiuto affinchè qualcuno andasse alla ricerca dei figli assenti. Si videro anche delle scene buffe: alla passerella di via Marconi passò con tutta l'acqua ed il fango che c'erano, una donna con le pantofole ai piedi e gli stivali in mano, un'altra che nella fretta di salvare il salvabile di casa sua, stringeva al cuore una sveglia; la vicina passava col calendario, un'altra con la bottiglia dell'acqua benedetta portata dall'ultimo viaggio a Lourdes; tutte superavano tremolanti l'assito malsicuro, invocando l'aiuto e la misericordia divina. Al calar della notte le aule delle elementari erano affollatissime. I banchi vennero accostati lungo le pareti e nella semioscurità della fioca fiammella di qualche candela, si intravvedevano le famiglie sdraiate sul pavimento. Gli unici a dormire erano i bambini ricoperti alla meglio con i cappotti e le giacche a vento dei grandi o con le coperte di coloro che, all'abbandono delle proprie abitazioni, avevano conservato la padronanza di se stessi. Servivano candele per fare più luce, in modo che chi entrava nelle aule, non calpestasse chi stava seduto o sdraiato sul pavimento e si andò a cercarle in chiesa ed in canonica, ma niente, erano finite tutte. "Ci sarebbe però il cero pasquale, quello grosso coi pomoli d'incenso, ma non si può usare" disse don Gino Flaim, "però se è necessario..." Pochi minuti dopo sulla cattedra della classe quinta esso veniva fatto a pezzi da sicuri colpi di "roncon", pezzi che furono subito distribuiti nelle varie aule. Ancora nella nottata l'allarme rientrò, alcuni tornarono alle proprie abitazioni, altri preferirono aspettare l'alba. Non ci furono altri allarmismi ed il 6 potemmo dedicarci tutti allo sgombero della melma dalle proprie abitazioni ed a rendere praticabili le vie del paese. Inizialmente fummo soli, poi arrivarono gli aiuti esterni: fra i primi i giovani scouts di Milano, di Torino, gli studenti del Tambosi e del liceo Prati di Trento che lavorarono sodo di pala e carriola senza nulla chiedere ma donando, come la generosità e la solidarietà giovanile sa fare. La non assuefazione ai lavori manuali li stancava di più e, con i fazzoletti attorno alle mani per le vesciche che si erano procurate, alzavano per un "cin cin " il bicchiere di grinto che bevevano malcelando la sorpresa per il suo gusto asprigno. Domenica 20 novembre arrivarono i Vigolani: 80 uomini con 14 trattori e 3 camion di alimentari raccolti nel loro paese in segno di solidarietà con gli alluvionati. Il loro intervento era stato promosso da un comitato nato in paese su iniziativa dell'allora parroco don Lorenzo Ferrai di Telve. Ne facevano parte, oltre naturalmente a don Ferrai i signori: Bailoni Renzo, Bortolameotti Marco, Bridi Carlo, Giacomelli Giovanni, Kaswalder dott. Emilio, Tamanini Enrico, Zamboni Aurelio. Ed il signor Renzo Bailoni ricordando quei giorni dice: "C'erano anche gli amici che questi 22 anni passati troppo in fretta si sono portati via; erano Bailoni Alfredo e Romano, Bianchi Felice, Demattè Primo, Ducati Augusto, Gasperi Alfonso, Tamanini Luigi. Li voglio ricordare tutti, perché in quei giorni fummo capaci di promuovere una gara unica di sensibilità e solidarietà per i sinistrati."
Dopo aver deciso di portare aiuto ad un paese alluvionato senza passare attraverso i centri di raccolta istituiti in Provincia, scelsero Tezze perché molti Vigolani vi avevano trovato alloggio ed ospitalità durante la seconda guerra mondiale, in qualità di operai addetti alla costruzione di fortificazioni, e perché era il paese del loro capellano don Rodolfo Minati.
Vi inviarono quindi in sopralluogo, per vedere quali fossero i bisogni più immediati, cinque persone fra le quali il medico condotto, che scattò una serie di diapositive rimaste la più completa documentazione esistente sull'alluvione di Tezze. Fattele sviluppare, furono proiettate alla popolazione di Vigolo per sensibilizzarla e fu distribuito nelle famiglie un ciclostilato che aveva la forza di un proclama. Eccone qualche passo:
"Vigolani, è superfluo spendere parole per descrivere la situazione disastrosa, che si è venuta creando in molti paesi anche a noi vicini a causa delle recenti alluvioni. Tutti i paesi non colpiti fanno a gara per aiutare tanta gente sinistrata. Anche noi abbiamo pensato di fare qualche cosa... Una nostra delegazione è stata a Tezze, ci hanno accolto commossi e ci ringraziano anticipatamente per quello che faremo. È stato visitato il paese: una vera desolazione! Un mare di fango e sabbia ha investito le campagne e le case, asportando tutto ciò che si trovava al pian terreno delle abitazioni.
Le poche masserizie rimaste si sono dovute buttare via per ordine del medico, perché inquinate dalle acque...
Laggiù c'è bisogno di tutto: patate, frumento, farina, generi vari, legna ecc. Bisogna sgomberare cantine e stalle, rabberciare alla meglio qualche strada.
Che cosa potremo fare noi Vigolani? Il comitato ha deciso di portare aiuto seguendo due direttive:
1) promuovere la raccolta di alimentari e denaro; ...
2) chiamare all'unione tutti gli uomini validi e di buona volontà, muniti di piccone e badile, perché nelle giornate di domenica e lunedì prossimi si rechino con trattori ed automezzi nel paese di Tezze...
Vigolani! Rispondete a questo appello col vostro tradizionale slancio"!
E così fecero: arrivati all'alba lavorarono sodo tutta la giornata, chi in paese, chi nelle frazioni, a spalare melma, a tagliare legna con le loro circolari, a liberare le strade dai detriti di ogni sorta per ripristinare la viabilità. Con i loro trattori fecero un lavoro di sgombero eccezionale. Non si fermarono per il giorno seguente, come era nel loro programma, perché verso sera era iniziato a nevicare, e temendo difficoltà per il ritorno a Vigolo in caso di abbondante nevicata, partirono. Ed il signor Lorenzo Bailoni precisa: "Arrivammo in paese alle 22, il dottore in piazza faceva il vigile, c'erano tutti i trattori del paese, nessuno escluso, ed allora non erano cabinati... e la neve... ed il freddo... Bravi, tutti bravi". Nei giorni successivi il paese fu sgombrato di tutto ciò che le acque vi avevano lasciato e la viabilità fu in qualche modo ripristinata. La brentana aveva danneggiato tutti. I più colpiti furono i commercianti, gli esercenti, gli artigiani, cioè tutti coloro che avevano avuto scorte alimentari e macchinari sommersi dall'acqua, in particolare la Famiglia Cooperativa, il Caseificio Sociale, il negozio di elettrodomestici del signor Decimo Gonzo, il panificio del signor Enrico Ferretti, i generi alimentari di Fausto Voltolini e Mercedes Pacher, il bar di Antonio Minati. Le famiglie persero ciò che avevano nelle cantine. Col crescere delle acque le botti si erano girate, il vino in parte ne era uscito, quello rimasto era stato inquinato. Le patate furono lavate dal fango, asciugate, ma non più adoperate per uso alimentare per divieto delle autorità sanitarie e quindi divennero cibo per gli animali, così successe per gli ortaggi e per ogni altra scorta agraria. I bruciatori dovettero essere smontati e ripuliti, le cisterne del gasolio svuotate dall'acqua che vi era entrata. Tutti i motori dovettero essere inviati alle officine per la riparazione, spesso si preferì sostituirli con dei nuovi. Col ripristino della viabilità sulla statale, arrivarono in paese gli aiuti di prima necessità in viatici da associazioni private ed enti pubblici: derrate alimentari, vestiario, coperte, medicinali, stufe, carbone, cherosene... la cui distribuzione fu gestita da un comitato espressamente costituito. Offerte in danaro furono inviate dalla "Stampa" di Torino, dalla Unione dei Lions Clubs Italiani, un milione ci fu pure donato dall'allora Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, che venne a farci visita. Entrò in paese dalla via Marconi accompagnato dalle autorità civili e militari, e nel superare il piccolo ponte sul "Laghetto" gli cadde lo sguardo sul vecchio Toni dei Sergi che nel fosso, malsicuro sulle gambe, stava nell'atto di chi, appena finito di rivoltare il sasso è pronto ad infilzare con la forchetta il "marson" che vi aveva trovato nascondiglio. Le sue labbra accennarono appena ad un sorriso e proseguì fino alla Cooperativa, dove lo aspettavano la popolazione e gli scolari. Fece un breve discorso nel quale incoraggiò la popolazione promettendo aiuti da parte della Nazione, la lodò per le opere di ripristino che già vedeva in atto e si avvicinò con cordialità agli scolari, che davano segni di irrequietezza. Il maestro Virginio Minati gli spiegò che battevano i piedi dal freddo perché lo stavano aspettando da due ore. "Sono fin troppo bravi, mandateli a casa che hanno sofferto abbastanza" disse, li salutò e ripartì verso l'elicottero che lo doveva portare a visitare altre comunità. In seguito si fece un capillare censimento dei danni subiti dai privati alle abitazioni, alle scorte agrarie, agli animali, al combustibile, ai mezzi meccanici e tutti furono aiutati dalle contribuzioni pubbliche. Tutta la campagna del fondovalle, oltre 300 ettari, fu distrutta, non c'erano più le strade interpoderali, molti non riuscivano ad individuare l'ubicazione dei loro fondi tanto quelle ore di buriana ne avevano cambiato l'aspetto. Si diceva che c'erano voluti 50 anni per recuperarle dai danni di guerra, che ora si era da capo e che non si sapeva quando sarebbero tornate produttive. I lavori di bonifica cominciarono nei primi mesi dell'anno seguente ed ai proprietari fu lasciato optare per la sistemazione ad opera della Provincia o dei privati stessi; in questo secondo caso veniva elargito un contributo a fondo perduto proporzionato all'entità del danno. Molti di coloro che scelsero questa seconda forma, incassato il contributo, non bonificarono più le loro terre, che oggi sono ridotte a boschi di salici ed ontani.
Per i danni al patrimonio comunale il Sindaco rilasciava una dichiarazione, nella quale affermava che per il ripristino dei soli civici servizi, si sarebbero dovuti spendere circa 250 milioni. La cifra oggi fa sorridere, ma bisogna tenere presente, che il bilancio comunale annuo allora era di 51 milioni e che esso non si poteva incrementare perché anche i boschi erano stati devastati. Oltre 12.000 mc. di legname erano stati abbattuti dal vento lassù sulle Marcesine, depauperando in tal modo la principale fonte di entrata per le casse comunali; inoltre il gettito delle imposte era da anni in decremento perché la maggior parte delle forze attive era costituita da emigranti.
Il Comune con i suoi normali cespiti d'entrata ovviamente non poteva affrontare la ricostruzione; essa fu possibile infatti grazie ai provvedimenti e stanziamenti straordinari decretati dal Governo in favore delle zone alluvionate, i quali diedero la copertura finanziaria per la lunga serie di interventi che furono messi in atto per curare le ferite che il territorio e le sue strutture avevano subito in quei tristi giorni.
Tratto da: Valerio Stefani, Notizie di famiglia. Profilo storico ed immagini di Tezze Valsugana, Cassa Rurale di Tezze Valsugana, 1988.
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